Luca Buonopane

  Pensiero Critico e Orizzonti Possibili

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Pàthei Màthos: Robert Kennedy e la politica come attraversamento del dolore Dal lutto alla responsabilità,

07-04-2026 17:30

Luca Buonopane

Storia Geopolitica Economia Società,

Pàthei Màthos: Robert Kennedy e la politica come attraversamento del dolore Dal lutto alla responsabilità, dai diritti civili al Vietnam

Una riflessione su Robert F. Kennedy non può limitarsi a una cronaca politica, né esaurirsi in una biografia.

 

Una riflessione su Robert F. Kennedy non può limitarsi a una cronaca politica, né esaurirsi in una biografia. Per coglierne davvero la portata occorre accettare un passaggio più impegnativo: leggere la sua traiettoria come un attraversamento esistenziale, in cui il dolore non è un incidente, ma una soglia.

Ci sono figure che non si comprendono interamente se non si tiene conto della frattura che le ha attraversate. Kennedy appartiene a questa categoria. La sua vicenda pubblica è inseparabile da una ferita originaria: l’assassinio del fratello, John F. Kennedy, nel 1963. Quel momento segna non soltanto la perdita di una persona cara, ma la dissoluzione di un orizzonte di senso che fino ad allora aveva retto la sua vita.

 

Questo contenuto è disponibile anche in versione audio.
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Dalla rigidità iniziale alla trasformazione interiore

 

Questa metamorfosi non avviene nel vuoto, né parte da una purezza ideale. Al contrario, si innesta su un terreno inizialmente rigido e spigoloso.

Per cogliere la statura del Kennedy maturo, è necessario volgere lo sguardo al giovane Robert degli esordi: l’avvocato intransigente che, nei primi anni Cinquanta, prestò la sua opera presso la sottocommissione del senatore Joseph McCarthy. In quel clima di sospetto sistematico e di caccia alle streghe, Kennedy incarnava un’idea di politica intesa come scontro ideologico frontale, intrisa di un manicheismo che divideva il mondo tra fedeltà e tradimento.

Era, allora, l’uomo del “procedere contro”, non ancora quello del “camminare con”.

Eppure, è proprio questa premessa a rendere la sua traiettoria successiva così straordinaria. La sua non fu una santità innata, ma una conquista faticosa. Il passaggio dal maccartismo alla difesa dei diritti civili non rappresenta un semplice cambio di schieramento, ma un autentico affrancamento interiore: il segno di un uomo capace di rinnegare la logica del sospetto per approdare a quella della comprensione, trasformando l’ambizione in missione di giustizia.

Il dolore come conoscenza: “πάθει μάθος”

 

Kennedy non reagisce alla tragedia rifugiandosi nel potere o irrigidendosi nel ruolo istituzionale. Attraversa il lutto come esperienza trasformativa. Il dolore, spesso rimosso dalla politica, diventa per lui un punto di partenza.

Qui si apre una delle dimensioni più profonde della sua figura.

Kennedy comincia a leggere il mondo attraverso la lente della sofferenza, non in senso patologico, ma come esperienza conoscitiva. Il richiamo alla tragedia greca è sostanziale: la formula eschilea “πάθει μάθος” — attraverso la sofferenza si giunge alla conoscenza — diventa una chiave interpretativa della sua evoluzione.

Nota 1: La formula compare nel primo coro dell’“Agamennone” e rappresenta uno dei nuclei più profondi della concezione tragica della conoscenza.

Diritti civili e giustizia sociale

Questa trasformazione interiore produce effetti concreti nella sua azione politica.

Kennedy si avvicina con crescente convinzione ai movimenti per i diritti civili, entrando in contatto diretto con le lotte di Martin Luther King Jr. e con le istanze di emancipazione delle comunità afroamericane. Il suo impegno non è superficiale: si traduce in una comprensione sempre più profonda della natura strutturale dell’ingiustizia razziale negli Stati Uniti.

Il suo linguaggio politico cambia:
diventa meno tecnico e più morale,
meno strategico e più orientato alla giustizia.

 

Il Vietnam e la responsabilità politica

 

A questa evoluzione si accompagna una trasformazione altrettanto significativa: la sua posizione sulla guerra in Vietnam.

Inizialmente inserito nelle coordinate della politica estera statunitense, Kennedy sviluppa progressivamente una critica sempre più esplicita al conflitto. La guerra cessa di essere una questione astratta e diventa, ai suoi occhi, una tragedia concreta, fatta di vite spezzate.

Nota 2: Durante la campagna presidenziale del 1968, Kennedy assume una posizione critica sempre più netta rispetto al conflitto, distinguendosi dall’establishment.

Ciò che emerge non è solo una divergenza politica, ma una diversa concezione della responsabilità pubblica: una responsabilità capace di tenere insieme realismo e compassione, potere e limite.

La notte del 5 giugno 1968: luce e ombra

Questa traiettoria si interrompe tragicamente nella notte del 5 giugno 1968, a Los Angeles, presso l’Hotel Ambassador. Dopo un discorso di vittoria, Kennedy viene colpito a morte da Sirhan Sirhan.

Nota 3: La versione ufficiale identifica Sirhan Sirhan come autore dell’omicidio, sebbene l’evento sia stato oggetto di numerose analisi e ipotesi.

Al di là della cronaca, emerge un contrasto etico profondo: quello tra la trasparenza del coraggio e l’opacità dell’azione nascosta.

Kennedy ha scelto di vivere a viso aperto, esponendo la propria vulnerabilità come garanzia di autenticità. I suoi nemici, al contrario, hanno agito nell’ombra.

La sua morte nell’oscurità diventa così, paradossalmente, l’ultima conferma di una vita vissuta nella luce.

 

Una politica oltre il PIL

 

Kennedy stava diventando una figura anomala: un uomo capace di tenere insieme dimensione personale e pubblica.

Questa visione emerge chiaramente nella sua critica al Prodotto Interno Lordo. Il PIL, osserva, può crescere anche in presenza di disuguaglianze, inquinamento e ingiustizie.

In una delle sue espressioni più celebri afferma che il PIL “misura tutto, eccetto ciò che rende la vita degna di essere vissuta”.

Il problema non è tecnico, ma culturale e politico:
misuriamo ciò che è quantificabile, ma trascuriamo ciò che è essenziale.

Nota 4: Studi contemporanei confermano la crescente centralità di economia e polarizzazione nel processo politico.Oggi il linguaggio politico appare sempre più polarizzato:
amico/nemico, sicurezza/minaccia, interno/esterno.

La paura diventa strumento di mobilitazione.
La divisione, leva di consenso.

In questo contesto, la distanza da Kennedy appare evidente. Non perché fosse privo di contraddizioni, ma perché incarnava una tensione diversa: quella verso una politica come costruzione di senso condiviso.

Una politica che non si limita agli interessi, ma richiama alla responsabilità

Come gli eroi della tragedia greca, Kennedy si muove dentro una tensione irrisolvibile. La conoscenza acquisita attraverso la sofferenza non elimina il dolore, ma lo trasforma in consapevolezza.

La sua morte interrompe un processo che avrebbe potuto incidere profondamente sulla storia.

E per questo continua a interrogarci:

che cosa significa fare politica dopo aver attraversato il dolore?
Siamo ancora capaci di immaginare una politica fondata sulla possibilità, e non sulla paura?

 

Conclusione: dal “io” al “noi”

 

Robert Kennedy non è stato un uomo perfetto.  È stato un uomo che con uno sforzo coraggioso ha
tentato di edificare una politica che non rimuovesse la fragilità umana, ma la assumesse come fondamento. Un percorso interrotto, ma non cancellato..."

Un tentativo interrotto, ma non cancellato.

Ci riguarda perché solo attraversando le contraddizioni si può vivere davvero. Restituendo centralità alla persona e opponendosi a ogni riduzionismo.

Solo così si può immaginare una politica capace di ricostruire un “noi”, contro l’esasperazione dell’“io” che oggi rischia di soffocarci.

E allora si può ancora credere che anche questo tempo di sofferenza, come insegna Eschilo, possa condurci a una nuova saggezza.

Una saggezza capace, forse, di salvarci.