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Luca Buonopane

  Pensiero Critico e Orizzonti Possibili

Frankenstein: la superbia dell’uomo e il bisogno di compassione

31-08-2025 20:08

Luca Buonopane

Modernità Mito Cultura,

Frankenstein: la superbia dell’uomo e il bisogno di compassione

Un viaggio nel capolavoro di Mary Shelley: Frankenstein, il moderno Prometeo, tra scienza, paura, rifiuto e il bisogno universale di amore.

Introduzione personale

 

Quando, molti anni fa, lessi Frankenstein di Mary Shelley, mi accorsi subito che i miei pensieri erano stati condizionati dalle rappresentazioni cinematografiche, spesso semplicistiche e stereotipate, che avevano ridotto la profondità del romanzo a un racconto di paura. Mi ritrovai invece davanti a uno dei libri più belli che avessi mai letto, un’opera che considero ancora oggi uno dei primi e più grandi romanzi di fantascienza.
Shelley, attraverso la figura del dottor Frankenstein e della sua creatura, affronta temi universali. È vero: lo scienziato è ossessionato dalla sua ricerca, ma il suo slancio nasce da un desiderio nobile, quasi altruistico. Victor Frankenstein tenta di strappare l’umanità alla malattia e alla morte, spinto dalla speranza di sconfiggere la più grande paura dell’uomo: quella di morire. Non a caso, Mary Shelley scelse come sottotitolo Il moderno Prometeo: il riferimento al titano che rubò il fuoco agli dèi allude proprio a quell’impulso prometeico che guida Frankenstein nel suo progetto.
La creatura, nelle intenzioni del dottore, avrebbe dovuto essere un essere superiore: forte, intelligente, dotato di una salute indistruttibile. Non un mostro, dunque, ma un “superuomo” capace di oltrepassare i limiti della condizione umana.

 

La hybris scientifica

 

Victor Frankenstein rappresenta l’ambizione senza limiti, il sogno prometeico di piegare la natura alla propria volontà. Desidera “scrutare nei recessi della natura, svelare il mistero della generazione e della vita”, spinto da un ardore che diventa ossessione. La sua è una vera hybris: non crea per amore della conoscenza, ma per sete di gloria. Tuttavia, quando la creatura prende vita, la sua reazione svela l’essenza del peccato originario:
“Avevo desiderato con ardore questa creatura; ma, completata l’opera, la bellezza del sogno svanì, e un orrore e una disgusto senza pari mi riempirono il cuore.”
Ecco il dottor Frankenstein: un creatore imperfetto e limitato, che odia la sua creatura perché è lo specchio vivente della sua superbia, della sua fallacia e del suo voler sovvertire le leggi naturali. Il dottore abbandona la creatura senza alcun supporto, senza spiegazione sulla sua esistenza, senza che essa possa capire perché è venuta al mondo.
Allora la creatura comincia a vagare e si rende conto, con orrore, che essendo diversa e con un aspetto che gli altri giudicano mostruoso, non è accolta ma temuta, esiliata. Qui si apre una seconda riflessione: quanto possiamo essere fuorviati da aspetti non essenziali e superficiali nel giudizio degli altri. Perché la creatura, all’inizio, ha un cuore puro ed è innocente, ma viene temuta e respinta poiché non è compresa.
Dovremmo tutti sforzarci di andare oltre le apparenze per cogliere la sostanza di ciascuno. Solo così potremmo costruire non una società dell’esclusione, ma una società dell’inclusione dell’altro e, per riflesso, anche di noi stessi. Ma questo a Frankenstein e al suo mostro non accade: la loro è una società chiusa, conformista, che giudica istintivamente, senza voler capire.
Il mostro allora si rifugia in una zona di montagna, in una casa diroccata, vicino alla quale abita una famiglia con una bambina, i genitori e un nonno cieco. La bimba, quando lo vede, non lo teme ma ne è incuriosita. Shelley ci offre qui un messaggio chiaro: l’innocenza dei bambini, la capacità di andare oltre gli schemi acquisiti, permette loro di aprirsi senza paura.
La creatura, sentendosi accolta, decide di aiutare la famiglia nei compiti gravosi della loro magra esistenza, senza farsi vedere. I familiari credono che sia uno spirito buono ad aiutarli. Ma quando i genitori scoprono chi realmente è, lo cacciano con violenza. Nonostante la sua bontà, il pregiudizio e la paura del diverso prevalgono. È allora che il cuore del mostro si riempie di tristezza per essere stato così malamente trattato.
Dalla tristezza passa pian piano alla rabbia. Nel fuggire, trova il diario del suo creatore e parte alla sua ricerca. Per lui, Frankenstein non è un padre, ma quasi un Dio, colui che può dargli risposte alle sofferenze, un significato alla sua esistenza, forse persino accoglierlo nella “casa del padre”.
Ecco: noi, come la creatura, siamo alla ricerca di risposte alla nostra esistenza, di accoglienza tra i nostri simili, di un senso alle nostre speranze, alle delusioni, alle sofferenze.

Dopo il rifiuto dei De Lacey, qualcosa si spezza definitivamente nell’animo della creatura. Il dolore per l’esclusione diventa rabbia, la sete d’amore si trasforma in sete di giustizia, e presto degenera in desiderio di vendetta. Non riesce più a credere nella bontà dell’uomo: se persino la famiglia che più ammirava lo ha respinto, allora il mondo intero non può che essere suo nemico.
Il primo atto di vendetta è terribile e simbolico. Vagando nei boschi, il mostro incontra William, il fratellino minore di Victor. Il bambino, ingenuo e innocente, diventa l’occasione per colpire indirettamente il suo creatore. Nelle sue parole si percepisce l’abisso che ormai lo abita: «Se non posso ispirare amore, susciterò paura!»
Il dado è tratto: non trovando radici né accoglienza, il mostro riversa sugli altri ciò che gli altri hanno riversato su di lui. Non a caso, la prima vittima è proprio un innocente: il fratellino di Frankenstein. Muore un innocente perché, quando il dolore si tramuta in vendetta, si perde la capacità di discernere e si colpisce ciecamente, travolgendo colpevoli e innocenti insieme.

William viene ucciso e, per coprire l’omicidio, il mostro incastra la domestica Justine, lasciando presso di lei un oggetto compromettente. La giovane viene accusata e condannata ingiustamente a morte. Victor, che conosce la verità ma tace, è dilaniato dal rimorso: l’orrore della sua creazione ricade su chi ama.

Sulle montagne, in un paesaggio desolato e grandioso, creatore e creatura si incontrano di nuovo. Il mostro affronta Victor con parole di disperazione e rancore. Non chiede vendetta immediata, ma una possibilità di redenzione: pretende una compagna, un essere simile a lui con cui condividere la sua solitudine. Dice:
«Io sono malvagio perché sono infelice. Non sono forse emarginato, odiato da tutti? Tu devi creare per me un essere simile a me, con cui possa vivere in quella comunione che tu neghi a me.»
È una richiesta estrema di aiuto: la necessità di un compagno per affrontare la durezza dell’esistenza. Shelley ricorda così una verità assoluta: noi esseri umani non possiamo vivere nella completa solitudine. Abbiamo bisogno degli altri, perché nell’altro ci specchiamo e ci costruiamo. Noi siamo un mosaico che prende forma nel continuo scambio con gli altri.

Frankenstein, sopraffatto dalla colpa e dal timore, inizialmente accetta, ma al momento di dare vita alla “compagna mostruosa”, preso dall’orrore e dalla paura che due esseri possano generare una stirpe, distrugge il lavoro davanti agli occhi della creatura. È la rottura definitiva.
Il mostro, furioso, pronuncia una delle frasi più cupe del romanzo: «Sarò con te nella tua notte di nozze.»
È la promessa di una vendetta senza fine, il giuramento che sigla il legame indissolubile tra creatore e creatura, ormai nemici per sempre.

Victor, insieme all’amico Henry Clerval, si reca in viaggio, ma è tormentato dal senso di colpa e dalla paura costante. Poco dopo, il corpo di Clerval viene trovato senza vita: la creatura lo ha ucciso. Victor perde i sensi ed è accusato ingiustamente, ma infine assolto. Con la perdita dell’amico, perde anche quell’equilibrio che la sua vicinanza sapeva dargli: lo scontro con la creatura diventa inevitabile.

Tornato a casa, decide comunque di sposare Elizabeth Lavenza. Ma il giorno delle nozze, mentre si arma e vigila, convinto che il mostro voglia colpire lui, la creatura uccide Elizabeth. Poco dopo, anche il padre di Victor muore, distrutto dal dolore. Da quel momento, Frankenstein non ha più altro scopo che inseguire la creatura fino agli estremi confini del mondo.

 

Finale

 

Tutto è compiuto. Creatore e creatura muoiono: l’uno, consumato dal desiderio di superare i limiti della natura senza aver compreso davvero cos’è la vita; l’altra, vittima di un’esistenza senza radici, senza gioia, senza amore, condannata dalla superbia del suo creatore e distrutta dal rifiuto, dalla paura e dal pregiudizio.
Questo finale ci parla di noi stessi e del mondo: ci ricorda quanto l’umano possa errare, quanto possiamo essere superbi e chiusi alla diversità. Ci insegna che il rifiuto dei nostri limiti e la mancanza di comprensione per l’altro possono segnare l’inizio della nostra rovina. E ci lascia una domanda urgente: davanti ai nostri limiti, alle nostre paure e ai nostri pregiudizi, sapremo scegliere la via della comprensione e della compassione, o quella della distruzione reciproca?

Oggi più che mai queste domande sono attuali. Sempre di più la superbia e il senso di onnipotenza ci stanno avvelenando. Come per Frankenstein, la scienza rischia di diventare non più ricerca, apertura, domanda, ma soltanto tecnica ed efficienza, troppo spesso al servizio del profitto. Questo ci inaridisce, ci rende cinici, compressi in vite iperveloci, piene di performance e problemi da risolvere in fretta, perdendo la capacità dell’incontro fraterno.
Per questo ho voluto parlarvi del Frankenstein di Mary Shelley: perché le intuizioni che ci ha donato sono oggi più che mai preziose. Altrimenti i mostri torneranno nei nostri incubi, specchio del nostro egoismo, della nostra indifferenza, della nostra superbia.