Molti anni fa, quando ero ancora immerso negli studi di giurisprudenza e nelle prime letture di criminologia, mi affascinava un’idea che allora mi sembrava quasi provocatoria: il crimine non è soltanto un fatto isolato, un episodio da studiare sui libri di diritto. È anche, e soprattutto, uno specchio della società. Non nel senso superficiale secondo cui ogni epoca produce i propri reati, ma in un senso più profondo: il crimine rivela non solo ciò che la società condanna, ma ciò che permette, ciò che ignora, ciò che produce, talvolta senza accorgersene.
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Questa riflessione tornò prepotentemente alla mia mente quando lessi L’avversario di Emmanuel Carrère, la storia di Jean-Claude Romand, un uomo che per quasi vent’anni costruisce una vita interamente fittizia. Romand fa credere a tutti di essere un medico ricercatore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. La realtà, però, è che non ha mai completato gli studi, e passa le giornate nei parcheggi delle autostrade, nelle aree di servizio, nelle biblioteche, guidando senza meta. Vive grazie alla fiducia degli altri, mentre la sua vita reale si dissolve in ore vuote e sospese.
Quando la menzogna rischia di essere scoperta, Romand uccide: la moglie, i figli, i genitori. Ma ciò che inquieta davvero non è solo il tremendo crimine in sé, bensì il processo che lo rende possibile. Non è un delitto casuale, come quello di Meursault in Lo straniero, dove le circostanze e l’assurdo della vita trascinano l’uomo oltre i limiti. Romand costruisce se stesso come maschera, modulata sulle aspettative altrui e sulle proprie paure di essere mediocre. Non ha un nucleo interiore autentico: ciò che è, è ciò che gli altri credono che egli sia, e ciò che egli sente di dover essere. Questa recitazione totale genera una condizione patologica inevitabile: quando la finzione rischia di crollare, l’unica via d’uscita è la distruzione. Il delitto diventa l’atto logico di un’esistenza che non può più affrontare se stessa.
Il vuoto delle ore invisibili
Carrère suggerisce, senza mai nominarlo, ciò che rende Romand così perturbante: le sue giornate sospese. Per anni attraversa parcheggi, biblioteche, autostrade, boschi. Ore e ore che non appartengono alla vita, che non lasciano traccia se non come sfondo alla costruzione della menzogna. Non compie attività utili, non interagisce con il mondo in modo autentico. La menzogna diventa ambiente naturale, spazio vitale. Non c’è un sé autentico a cui ritornare, non esiste una radice interiore, e questo vuoto interiore cresce invisibile.
È qui che possiamo leggere la filosofia nascosta della storia. Hannah Arendt ci ricorda che il male estremo non nasce sempre da volontà cattiva, ma spesso dall’assenza di radici morali e interiori. Romand non è cattivo in senso classico: è un uomo che non conosce se stesso e non può affrontare il vuoto che lo separa dalla realtà.
Cosa avrà pensato in quelle lunghe ore, in quegli anni interminabili? Come non avrà sentito l’esigenza di parlare con la sua famiglia, di essere sincero con la moglie, con i figli, di condividere almeno parte di sé? I pensieri di quelle ore e di quegli anni restano, fondamentalmente, un mistero. Fatto sta che la sua condizione psicologica e psichiatrica, come uomo, era più forte di qualsiasi spinta normalizzante.
E questa è una cosa che ci interroga nel profondo: come uno schema mentale possa essere stato così pervicace da chiuderlo agli altri, da escludere ogni forma di contatto umano autentico, ogni possibilità di vera e schietta sincerità.
Analisi psicoanalitica e psichiatrica
A questo punto, la sola categoria morale della menzogna non basta più. Per comprendere davvero la figura di Romand occorre interrogare il suo comportamento anche dal punto di vista psicologico e psichiatrico. Non per ridurre il dramma umano a una diagnosi, ma per comprendere meglio la struttura interiore che rende possibile una simile esistenza.
Ciò che colpisce, nel racconto ricostruito da Carrère, è la straordinaria capacità di Romand di vivere per anni all’interno di una realtà completamente fittizia. Non si tratta di una menzogna episodica, né di una truffa costruita con freddo calcolo economico. È piuttosto la costruzione progressiva di una identità alternativa, mantenuta con una coerenza quasi rituale.
Da un punto di vista psicoanalitico, questa dinamica ricorda ciò che alcune correnti della clinica contemporanea definiscono identità costruita per difetto di sé. In altre parole, non si tratta semplicemente di fingere di essere qualcun altro: il problema più profondo è che il soggetto non riesce a costruire un’immagine autentica di sé stesso. La maschera sociale non copre un volto: lo sostituisce.
Romand sembra vivere proprio in questa condizione. La sua identità di medico e ricercatore internazionale non è soltanto una menzogna rivolta agli altri; è anche, in una certa misura, il tentativo disperato di darsi una forma, di occupare uno spazio simbolico nel mondo. Egli diventa ciò che gli altri si aspettano che sia. E più gli altri credono alla sua immagine, più egli è costretto a sostenerla.
In psichiatria esiste una categoria che può aiutare a comprendere questo tipo di dinamica: il fenomeno della pseudologia fantastica. Con questa espressione si indica una forma di menzogna patologica nella quale l’individuo costruisce narrazioni elaborate e coerenti, spesso mantenendole per lunghi periodi, fino a integrarle nella propria identità. Non si tratta semplicemente di mentire per ottenere un vantaggio immediato; si tratta piuttosto di vivere dentro un racconto che progressivamente diventa l’unica realtà possibile.
Nel caso di Romand, questa dinamica assume una forma ancora più radicale. Per quasi vent’anni egli simula una carriera scientifica, finge viaggi e conferenze, trascorre le sue giornate in parcheggi, autogrill e foreste, mentre la sua famiglia e i suoi amici credono che egli lavori in istituzioni internazionali. Il tempo della sua vita si riempie così di una strana immobilità, di un vuoto che tuttavia deve restare invisibile.
Questo è uno degli aspetti più inquietanti della vicenda: Romand non sembra vivere una doppia vita nel senso tradizionale del termine. Non esiste, accanto alla menzogna, una seconda identità autentica. Esiste soltanto la menzogna.
Da un punto di vista psicoanalitico, si potrebbe dire che la sua personalità appare strutturata intorno a un vuoto narcisistico. L’immagine sociale — il medico brillante, l’uomo affidabile, il marito responsabile — diventa una sorta di impalcatura che regge l’equilibrio psichico. Se quella struttura crolla, non resta nulla su cui appoggiarsi.
E qui emerge il punto decisivo della tragedia: quando la menzogna rischia finalmente di essere scoperta, Romand non reagisce come un truffatore che tenta una fuga o una nuova impostura. Reagisce distruggendo tutto ciò che lo circonda. Il delitto, nella sua terribile radicalità, non appare allora come un gesto impulsivo, ma come l’atto estremo di un sistema psichico che non può tollerare il crollo della finzione su cui si regge. Se la maschera cade, cade anche l’identità.
Distanza sociale e modernità liquida
Questa tragedia personale non può essere separata dal contesto sociale. Zygmunt Bauman descrive la modernità come liquida, in cui le relazioni sono fragili, superficiali e instabili. La fiducia sociale si fonda su ruoli, etichette e status, non sulla conoscenza profonda delle persone. Romand può mentire per decenni perché nessuno entra davvero nel suo tempo sospeso. Nessun amico gli fa visita, nessun figlio passa a trovarlo, la moglie non verifica la realtà. Non per mancanza d’affetto, ma perché la quotidianità è frenetica e ordinata, e gli affetti mantengono una distanza funzionale, discreta.
Proprio in questo spazio vuoto si insinua la frattura. Le ore sospese non sono solo fisiche: sono vuote di sguardi, di attenzione, di empatia. La menzogna si radica in questa distanza e diventa possibile. L’avversario non è solo l’uomo: è la distanza sociale, il vuoto tra le persone.
Identità come recitazione totale
Romand incarna in modo estremo ciò che Erving Goffman descrive come vita sociale come teatro: tutti noi interpretiamo ruoli. Ma nella sua esistenza il ruolo e l’essere si fondono fino a diventare indistinguibili. La menzogna non è una strategia temporanea: è la vita stessa. Non c’è più un confine tra ciò che è reale e ciò che è rappresentato.
Qui si intreccia anche l’osservazione di Christopher Lasch sul narcisismo della società contemporanea. Romand non può tollerare l’idea di fallire, di apparire mediocre. La menzogna diventa un sistema di difesa, un modo per costruire un’identità che non esiste. E quando questo sistema rischia di crollare, il delitto diventa l’unica via di sopravvivenza: non per impulso o odio, ma per impossibilità di affrontare se stesso.
Il delitto come inevitabile esito
Carrère ci mostra con grande sensibilità che Romand non agisce spinto da passioni distruttive, ma da una necessità interna e logica, figlia del vuoto interiore. La menzogna ha divorato ogni radice del sé, e l’unica alternativa al crollo è la distruzione totale. La tragedia non nasce dal caso: nasce dall’assenza di sé, dal fallimento nel coltivare una vita autentica, dal distacco emotivo dagli altri.
La chiusa: vicinanza e responsabilità
Quando lessi L’avversario, ero giovane, e la storia mi inquietava ma mi teneva incollato alle pagine. Ripensandoci negli anni, ho compreso che la tragedia di Romand non è solo individuale, ma sociale. La vita frenetica, i rapporti superficiali, la fiducia automatica nei ruoli creano uno spazio in cui la menzogna può crescere indisturbata.
Forse la lezione più importante è questa: solo nella vicinanza reale, nell’empatia, nella capacità di leggere gli altri, possiamo intercettare il disagio prima che diventi irreversibile. Non per controllo, ma per presenza autentica. La menzogna cresce quando smettiamo di vedere davvero chi ci sta accanto. E la sua sconfitta richiede una sola cosa: vicinanza, attenzione, cura, la volontà di costruire legami profondi, resistenti alla distanza e al vuoto interiore.
L’avversario non è solo un uomo. È il vuoto che si insinua tra noi, la distanza che ci impedisce di vedere davvero. E il solo antidoto possibile è la nostra capacità di essere presenti, gli uni per gli altri, nel profondo.
