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Il lavoro non è una merce: al bivio tra sfruttamento e liberazione

24-09-2025 20:01

Luca Buonopane

Storia Geopolitica Economia Società,

Il lavoro non è una merce: al bivio tra sfruttamento e liberazione

Il lavoro occupa gran parte della nostra vita, eppure troppo spesso lo viviamo come ripetitivo, stressante, e guidato esclusivamente dalla produttività. E se po

Tutti sappiamo quanta importanza e quanto spazio occupi nella nostra vita il lavoro. Certo, non tutti facciamo il lavoro dei nostri sogni, ma con i tempi che corrono si può dire tranquillamente che sia una fortuna averlo. Questo però non ci deve impedire di fare un ragionamento più ampio su cosa sia attualmente il lavoro e cosa invece potrebbe – e dovrebbe – essere.

Tranne i casi di un lavoro creativo, ben pagato e che ci soddisfa – perché il lavoro dei nostri sogni è quello che ci si confà – molti di noi, anzi moltissimi, hanno a che fare con lavori ripetitivi, stressanti, che tendono a privilegiare esclusivamente la produttività a scapito del benessere lavorativo. Penso che tutti, almeno una volta nella vita, abbiamo provato tali sensazioni.

Vorrei allora parlare con voi di una possibilità mai come oggi concreta: un insieme di novità tecnologiche – come l’informatica, la telematica e soprattutto l’intelligenza artificiale – ci pone nella condizione di poter trasformare il lavoro in modo radicale, rendendolo più a misura d’uomo, sfruttando l’enorme aumento di creatività e produttività che queste tecnologie possono consentire se opportunamente guidate. Perché è anche vero che potrebbero instaurare il paradigma opposto: essere cioè utilizzate per sostituire moltissimi lavori, creando una disoccupazione tecnologica che peggiorerebbe ancora di più le condizioni di vita di milioni di persone.

 

Il lavoro come merce nella concezione dell’economia classica

Nella concezione degli economisti classici il lavoro è parificato a una qualsiasi merce che entra nel processo di produzione. E anche oggi risentiamo di questa interpretazione: infatti, molto spesso ci si riferisce ai lavoratori ancora come “risorse umane”.

Tale concezione, se da un lato ha il merito di semplificare le analisi economiche e di schematizzare i vari costi d’impresa in maniera apparentemente chiara, dall’altro ha il grave limite di non considerare quanto invece il lavoro sia importante per ogni essere umano: per la sua crescita, per il proseguimento della sua vita e per la sua realizzazione personale.

Ovviamente questa trasformazione epocale dovrebbe svilupparsi in contesti in cui i processi produttivi non siano pensati solo per massimizzare fordisticamente la produzione e quindi gli utili, ma in una condizione in cui la produzione sia un fattore tra altri, accanto al benessere dei lavoratori e alla crescita sociale ed economica dell’intera comunità. Ciò comporta un cambio di paradigma che probabilmente dovrà trasformare anche la struttura stessa delle fabbriche e delle linee di produzione.

Certe idee, seppure abbozzate dal grandissimo Adriano Olivetti, non avevano allora la possibilità di essere poste in essere per varie ragioni. Una delle principali era dovuta a interessi economici squisitamente privati, perché una simile impostazione prevedeva comunque una socializzazione di una parte degli utili delle imprese. L’altra ragione era di ordine tecnologico: un tale modello avrebbe potuto compromettere la produttività in termini puramente numerici.

Adesso, però, ci troviamo in una condizione più unica che rara. Attraverso i miglioramenti tecnologici – informatica, telematica e soprattutto intelligenza artificiale – si ha la possibilità di reimpostare il lavoro in chiave umanistica, senza perdere produttività e capacità di generare profitto. Questa capacità può essere reindirizzata alla costruzione di un lavoro più umano, con una socializzazione più ampia dei profitti delle imprese.

Come ebbe a dire Adriano Olivetti: «Il fine dell’impresa non è il profitto, ma il miglioramento materiale, culturale e spirituale della comunità.»

Forse per la prima volta nella storia ci troviamo nella possibilità, almeno teorica, di avverare questo auspicio profondamente umano del grande imprenditore.

Infatti, tutte queste possibilità tecnologiche potrebbero:

ridurre i compiti ripetitivi;

aumentare a dismisura la produttività;

consentire all’uomo di sprigionare la sua creatività e la sua capacità di innovare, anche grazie al supporto incredibile che l’intelligenza artificiale può offrire nel trasferire competenze e conoscenze in tempi brevi;

sollevare gli esseri umani dai compiti più pericolosi e pesanti, grazie ai progressi dell’automazione robotica.

Ovviamente, però, tale processo va guidato:

dal punto di vista sociale, attraverso la formazione delle nuove generazioni che devono imparare a usare queste tecnologie in modo preciso e consapevole;

dal punto di vista legislativo, con norme a livello internazionale che pongano tali tecnologie nell’ottica di aiuto e supporto all’uomo, e non di sua sostituzione.

Perché se così non fosse, queste innovazioni potrebbero comportare un aumento esponenziale della disoccupazione e dello sfruttamento sul lavoro, imponendo ancora di più ritmi e velocità ai processi produttivi che l’essere umano non è in grado di sostenere.

Ecco allora che dovremmo approfittare di queste innovazioni per rimettere al centro il lavoro come cuore del benessere sociale e comunitario: non più merce, ma luogo in cui gli esseri umani si realizzano e in cui prende forma una parte importante della nostra identità, sia come individui che come cittadini.

 

Proposte concrete per un lavoro liberato

Il ragionamento teorico resta incompleto se non si traduce in indicazioni pratiche. Ecco alcune linee d’azione che potrebbero permettere di trasformare il lavoro da semplice merce a strumento di realizzazione personale e comunitaria:

Riduzione progressiva dell’orario di lavoro

Sfruttare la maggiore produttività garantita dalle nuove tecnologie per ridurre l’orario a parità di salario, favorendo più tempo libero, creatività e qualità della vita.

Reddito di base e sicurezza sociale

Introdurre forme di reddito minimo universale o di garanzia per i periodi di disoccupazione tecnologica, proteggendo le persone nelle fasi di transizione.

Deve trattarsi di misure strettamente normate, controllate e temporanee, utili solo a consentire nuova formazione e reinserimento nel mercato del lavoro, evitando abusi o assistenzialismo.

Formazione continua e accessibile

Investire in programmi pubblici e aziendali di formazione digitale, tecnica, umanistica e creativa, per permettere a ciascuno di reinventarsi in un mondo del lavoro in rapido mutamento.

Valorizzare le soft skills, fondamentali per il benessere dei team, la capacità di innovare e il team building.

Imprese come comunità

Incentivare modelli di impresa che redistribuiscano utili e responsabilità, sul modello olivettiano o cooperativo.

Favorire, come in Germania, la partecipazione dei lavoratori alle decisioni operative delle aziende e alla distribuzione di parte degli utili.

Tecnologie etiche

Creare organismi pubblici nazionali e internazionali che vigilino sull’uso dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie, affinché siano orientate al benessere collettivo e non alla precarizzazione.

Centralità delle istituzioni

Rafforzare il ruolo dello Stato, dell’Unione Europea e dei sindacati nel definire regole chiare: salari minimi dignitosi, contratti stabili, politiche fiscali eque che redistribuiscano i frutti dell’automazione.

Nuovo patto sociale

Aprire un dibattito pubblico che coinvolga cittadini, imprese e istituzioni, per ridefinire il senso del lavoro: non più solo mezzo di sopravvivenza, ma contributo a una comunità più giusta, solidale e sostenibile.

Così il lavoro, liberato dalla logica della merce, può tornare a essere il cuore pulsante della nostra vita, non soltanto come fonte di reddito ma come strumento di dignità, crescita e speranza per il futuro.

Abbiamo oggi l’occasione, come Icaro, di avvicinarci al sole senza scottarci, sfruttando tutta la sua forza e la sua capacità. Ma riuscire in questo traguardo spetta a noi, e solo a noi. Il futuro ci aspetta.

 

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