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L’eco di un vescovo: la parola che non hanno potuto uccidere

26-08-2025 18:02

Luca Buonopane

Storia Geopolitica Economia Società,

L’eco di un vescovo: la parola che non hanno potuto uccidere

Uno sparo in chiesa Uno sparo colpisce un uomo di Dio durante la messa.La folla, attonita, è sconvolta. Qualcuno grida: «Hanno sparato all’arcivescovo!

 

Uno sparo in chiesa

 

Uno sparo colpisce un uomo di Dio durante la messa.
La folla, attonita, è sconvolta. Qualcuno grida: «Hanno sparato all’arcivescovo!». La gente si disperde, altri urlano, molti piangono. La notizia presto fa il giro del mondo.

Era il 24 marzo 1980¹. Così si conclude la vita terrena di Sua Eccellenza, Monsignor Óscar Romero.

Ma ciò che vorrei raccontare non sono tanto le circostanze terribili della sua morte, quanto le circostanze eccezionali della sua vita: come vero testimone del messaggio cristiano, autentico portatore della forza sovversiva di tale messaggio, baluardo degli ultimi e strenuo difensore della verità e della giustizia.

Forse vi chiederete: «Perché Romero? Cosa c’entra con ciò che avete scritto finora?»
La risposta è semplice: c’entra. Romero rappresenta in maniera concreta quel “mondo diverso”, quel “mondo altro” che, attraverso le critiche a questo mondo, tratto nei miei scritti. È un esempio tangibile di come potrebbe diventare il mondo se tutti avessimo più coraggio, compassione e amore per la verità e per la giustizia.

 

Il contesto in cui opera Romero

 

Negli anni Settanta, El Salvador era un Paese sospeso tra speranza e ingiustizia².
Il PIL nominale passò da 338 milioni di dollari nel 1970 a oltre un miliardo nel 1979, con tassi annui che sfioravano il +4-5%. Ma dietro questi numeri si celava un Paese fragile, dominato da un’oligarchia di quattordici famiglie che controllavano le terre migliori, lasciando il 70% della popolazione rurale in povertà, spesso senza terra, diritti o voce³.

La promessa di sviluppo era un’illusione per milioni di contadini sfruttati come braccianti stagionali, pagati una miseria. L’industria rappresentava appena il 20% del PIL, mentre i vicini Paesi centroamericani avanzavano verso la modernità.

All’inizio degli anni Ottanta, tutto precipitò. La violenza politica sfociò in guerra civile, alimentata dalla Guerra Fredda: da un lato il governo sostenuto dagli Stati Uniti, dall’altro i gruppi di guerriglia riuniti nel FMLN.

Le conseguenze furono devastanti. Il reddito pro capite reale crollò del 30%. Tre quarti della popolazione vivevano in povertà. Un lavoratore su due era disoccupato o sotto-occupato. L’1% possedeva il 41% delle terre coltivabili. L’inflazione divorava i salari, mentre sparizioni forzate e squadroni della morte seminavano terrore. Decine di migliaia cercarono salvezza emigrando, e le rimesse divennero una delle principali fonti di sostentamento per le famiglie rimaste.

 

La voce di Óscar Romero

Óscar Romero nacque il 15 agosto 1917 a Ciudad Barrios, un piccolo centro montano di El Salvador, in una famiglia modesta. Ordinato sacerdote nel 1942, completò gli studi di teologia a Roma. Per anni fu considerato un pastore prudente, attento alla dottrina e poco incline al conflitto politico.

La svolta avvenne nel 1977, quando fu nominato arcivescovo di San Salvador. Pochi mesi dopo, l’assassinio del suo amico gesuita padre Rutilio Grande, impegnato nella difesa dei contadini, lo segnò profondamente⁴.

Da quel momento Romero divenne il più fermo difensore dei diritti umani nel Paese. Quell’evento scatenò in lui una rivoluzione interiore: comprese che gli oppressori delle classi popolari, gli squadroni della morte e i potenti che decidevano del destino della nazione erano anche avversari della Chiesa e del messaggio cristiano.

Da allora, le sue omelie denunciarono apertamente la sopraffazione. Egli stesso affermava:

“Un cristianesimo che non si interessa della giustizia sociale non è il Vangelo di Cristo.” (Omelia, 21 agosto 1977)⁵
“La Chiesa non può restare neutrale di fronte all’ingiustizia: o sta con i poveri o con gli oppressori.” (Omelia, 16 aprile 1978)⁵

Romero aveva visto il volto del Cristo liberatore, al fianco degli oppressi. Attraverso la prassi del messaggio evangelico, cercava di applicare la volontà del Padre anche in questo mondo, per ricreare il Regno di Dio nei cuori degli uomini.

Questa visione emancipante, in un certo senso sovversiva, rappresenta la chiave di lettura autentica degli insegnamenti di Cristo. Non si trattava solo di politica o di economia: la sua fede rimaneva profondamente spirituale, ma si traduceva in impegno concreto per la pace e la giustizia.

Questa prospettiva spaventava i potenti, costretti a confrontarsi con la verità e con le proprie azioni. Come profeta moderno, Romero spronava la Chiesa a lottare al fianco degli oppressi:

“Una Chiesa che non provoca crisi, che non dice nulla di fronte all’ingiustizia, è una Chiesa che tradisce il Vangelo.” (Omelia, 16 aprile 1978)⁵

Quando Romero tornò a Roma per mostrare a Papa Giovanni Paolo II i dossier sulle barbarie degli squadroni della morte, non ricevette grande attenzione. Il Papa era concentrato a combattere la minaccia comunista, soprattutto in Polonia, e lasciò Romero senza un adeguato supporto e senza protezione⁶.

Eppure, Romero non ebbe più paura. Affrontò il martirio con fede e testimonianza, dichiarando:

“Il martirio non è tragedia, è grazia: è testimonianza che la fede ha vinto la paura.” (Omelia, marzo 1980)⁵

Chi tramava contro di lui

I mandanti principali sono legati all’estrema destra salvadoregna, all’oligarchia economica e agli apparati militari, che vedevano in Romero una minaccia per il loro potere.

Roberto D’Aubuisson, maggiore dell’esercito, ex ufficiale dei servizi segreti e fondatore del partito ARENA (Alianza Republicana Nacionalista), è ritenuto il principale mandante.
Negli anni ’70 creò e coordinò squadroni della morte, responsabili di rapimenti, torture ed esecuzioni extragiudiziali. La Commissione ONU per la Verità (1993) lo indicò come mandante dell’assassinio di Monsignor Romero e di altri crimini contro l’umanità⁷.

Quando il divario sociale diventa estremo, quando le élite hanno il potere assoluto, la tenuta democratica diventa impossibile: le istituzioni sono una mera facciata, un guscio vuoto. Tutto viene divorato da una sete inestinguibile di potere e di denaro.

La goccia che fece traboccare il vaso fu quando Romero invitò apertamente i soldati a non eseguire più ordini inumani e massacri. Disse testualmente:

“Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contro la legge di Dio. Basta sangue!” (Omelia, 23 marzo 1980 – giorno prima dell’assassinio)⁸

Questo accorato appello fu visto come un tentativo di fomentare un’insurrezione. Allora D’Aubuisson diede l’ordine…

 

L’eredità di Romero

Tutto sembrava finito, ma non lo era.

Oggi, le mani di ferro che seminavano terrore sono polvere, il loro nome pronunciato con vergogna e disprezzo.
La voce di Romero, invece, continua a vibrare in ogni villaggio dell’America Latina, in ogni cuore che rifiuta l’ingiustizia⁹.

È il paradosso della storia: chi sceglie la violenza lascia paura e oblio; chi sceglie la giustizia lascia speranza e memoria.

La lezione di Romero è viva per ognuno di noi. Ricordo ancora quando, anni fa, lessi un libro sulla sua vita: il mio cuore fu preso da ammirazione e gratitudine, e pensai che la battaglia per il bene e per la giustizia è sempre una buona battaglia, sempre fruttuosa.

Al contrario, il potere della paura, della sopraffazione e della morte non lascia nulla ed è destinato a perire.

E così, in El Salvador e nel mondo, Romero vive, D’Aubuisson è sconfitto.
Non perché la morte non sia arrivata, ma perché la verità non può essere uccisa.

La verità costruisce, rischiara e unisce.
Romero vive.

 

Approfondimento 

Un’opera intensa e toccante è L’arcivescovo deve morire. Oscar Romero e il suo popolo, che racconta con partecipazione e rigore la vita, le lotte e il sacrificio del vescovo dei poveri, offrendo uno sguardo profondo sul legame tra Romero e la sua gente. Autore Ettore Messina, Editore Il Margine

 

 

NOTE:

Mons. Óscar Arnulfo Romero fu assassinato mentre celebrava messa nella cappella dell’ospedale della Divina Provvidenza, a San Salvador. Cfr. Comisión de la Verdad para El Salvador, De la locura a la esperanza, 1993.

Per un’analisi economica del periodo, v. Bulmer-Thomas, Victor. The Political Economy of Central America since 1920, Cambridge University Press, 1987.

Dati tratti da Banco Central de Reserva de El Salvador, Estadísticas históricas 1960–1980.

Padre Rutilio Grande fu ucciso il 12 marzo 1977. L’evento segnò profondamente Romero. Cfr. Brockman, James R. Romero: A Life, Orbis Books, 1989.

Omelia di Mons. Romero del 21 agosto 1977, raccolta in: Romero, Óscar A. La voce dei senza voce. Omelie e discorsi 1977–1980, Cittadella Editrice, 2005.

Romero incontrò Giovanni Paolo II nel maggio 1979. Il Papa lo esortò alla prudenza ma non fornì protezione concreta. Cfr. Morozzo della Rocca, Roberto. Romero. Il vescovo dei poveri, San Paolo, 2015.

La Commissione ONU per la Verità attribuisce a D’Aubuisson la responsabilità dell’omicidio di Romero. Cfr. United Nations, Report of the Commission on the Truth for El Salvador, 1993.

Omelia del 23 marzo 1980, alla vigilia dell’assassinio. Testo integrale in: Romero, Óscar A. The Violence of Love, Orbis Books, 1988.

Per un’analisi dell’impatto della figura di Romero in America Latina, v. Sobrino, Jon. Mons. Romero: Memories in Mosaic, Orbis Books, 1990.

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