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La misura e l’abisso: Derrick negli anni della vertigine morale Un’analisi filosofico-sociale delle stagio

27-02-2026 17:45

Luca Buonopane

Riflessioni Libere,

La misura e l’abisso: Derrick negli anni della vertigine morale Un’analisi filosofico-sociale delle stagioni mature della serie

Un ricordo come rivelazione Negli anni Novanta ero uno studente delle scuole superiori. Non avevo ancora gli strumenti teorici per nominare ciò che in

 Un ricordo come rivelazione

 

Negli anni Novanta ero uno studente delle scuole superiori. Non avevo ancora gli strumenti teorici per nominare ciò che intuivo, ma avvertivo che qualcosa, dentro la società e dentro di me, stava cambiando. La sera, davanti alla televisione, iniziai a seguire con crescente attenzione gli episodi più recenti di Derrick.

Non era una scelta programmatica. Non cercavo un trattato morale travestito da fiction. Cercavo, come molti adolescenti, storie di delitti, enigmi, tensione narrativa. Ma presto mi accorsi che ciò che stavo guardando non era il “giallo” nel senso classico del termine.

Non c’erano brillanti concatenazioni deduttive alla maniera di Hercule Poirot, né prove tecniche capaci di chiudere il caso con matematica inoppugnabilità. Gli interrogatori si svolgevano nei bar, nei ristoranti, nei salotti borghesi. Si parlava molto. Si taceva ancora di più. E alla fine, spesso, il colpevole confessava.

Ma non perché incastrato.

Crollava.

Crollava sotto il peso delle proprie decisioni. Come se la verità non fosse una trappola logica, ma una pressione interiore. Solo più tardi compresi che il caso penale era un espediente narrativo: il vero centro non era l’enigma, ma la coscienza. Non l’indagine scientifica, ma il confronto tra due visioni del mondo.

In quel tempo storico — la Germania post-riunificazione, l’Europa che si avviava verso la globalizzazione avanzata — il crimine appariva sempre meno come deviazione isolata e sempre più come sintomo. Sintomo di una frattura etica. Di un relativismo nascente che trasformava la libertà in auto-legittimazione permanente.

Il delitto era l’effetto. La dissoluzione morale, la causa.

 

 La svolta degli anni ’90: dal giallo al dramma della coscienza

 

Negli episodi degli anni Novanta, scritti da Herbert Reinecker, la serie compie una trasformazione silenziosa ma radicale.

Il centro non è più l’enigma tecnico. È la fragilità dell’ordine simbolico.

La Germania è prospera. Monaco è elegante, ordinata, apparentemente stabile. E tuttavia qualcosa vacilla: famiglie disgregate, giovani disorientati, rapporti mercificati, solitudini invisibili. Non è un nichilismo dichiarato. È un nichilismo atmosferico. Non viene teorizzato: si respira.

In questo contesto, Derrick — interpretato da Horst Tappert — non è un moralista, né un predicatore. Non alza la voce. Non proclama verità metafisiche. Ma possiede una postura interiore ferma: ascolta, comprende, ma non relativizza.

E questo è decisivo.

In un’epoca che tende a dissolvere la colpa nella spiegazione sociologica, Derrick distingue sempre tra comprendere e giustificare. Comprendere è un atto di intelligenza. Giustificare, talvolta, è una resa morale.

 

La preghiera della sera” (Nachtgebete, 1994): la vulnerabilità dei legami

 

In Nachtgebete il crimine è quasi marginale rispetto alla frattura relazionale che lo circonda.

Un egittologo scopre che una diciassettenne sostiene di essere sua figlia. Non vi è certezza biologica immediata, né storia condivisa. Solo un’ipotesi, fragile e inquietante. La ragazza, rimasta sola dopo l’omicidio della madre, vive in un ambiente degradato simbolicamente: un padre presunto frivolo, notti in discoteca, rapporti superficiali, adulti incapaci di assumere responsabilità.

Ciò che colpisce non è l’evento delittuoso, ma il vuoto affettivo.

Derrick qui non indaga: accompagna. Suggerisce un riavvicinamento, crea condizioni di dialogo, protegge una possibilità di legame. Il crimine diventa il detonatore che rende visibile una fragilità già esistente.

La “preghiera” evocata dal titolo non è solo religiosa: è metafora di un bisogno di orientamento. È il segno che, quando i legami si dissolvono, l’individuo resta esposto a una libertà senza sostegno. E una libertà senza sostegno può trasformarsi in smarrimento.

 Il gatto senza orecchi” (Katze ohne Ohren, 1993): l’indifferenza come complicità

 

In Katze ohne Ohren emerge un altro volto del nichilismo: l’indifferenza.

Una giovane, legata a un piccolo spacciatore, ascolta in televisione un fisico che parla del “gatto senza orecchi”, dei buchi nell’ozono, della cecità delle nuove generazioni. La metafora è potente: un animale privo dell’organo dell’ascolto. Una società che non sente più il richiamo etico.

La ragazza tenta un risveglio. Vuole cambiare. Ma il ritorno del fidanzato — entusiasta per la sua ascesa nello spaccio scolastico — mostra la normalizzazione del male. Il crimine non è più devianza estrema: è opportunità economica.

Qui Derrick interviene tardi, quasi in controluce. La vera tensione è interiore: scegliere se subire il contesto o assumere responsabilità.

L’episodio suggerisce una tesi inquietante: il male prospera non solo per azione, ma per omissione. L’indifferenza è una forma di partecipazione passiva. In una società iper-individualista, la responsabilità collettiva si dissolve, e con essa la capacità di porre limiti condivisi.

Caduta agli inferi (Höllensturz, 1991): il nichilismo consapevole

 

Con Höllensturz entriamo nel territorio più oscuro.

Un geniale falsario manipola un giovane sconosciuto, offrendogli lusso e trasgressione. La falsificazione non è solo monetaria. È ontologica. È la riduzione della realtà a materiale sperimentale.

Il criminale non è disperato. È lucido. Teorizza il proprio cinismo. Considera le persone strumenti. La libertà, per lui, è dominio.

Il confronto con Derrick diventa allora scontro tra antropologie: da un lato la volontà senza misura; dall’altro la convinzione silenziosa che esista un ordine morale non negoziabile.

Qui il nichilismo non è fragilità. È progetto. È consapevole rifiuto di ogni limite.

E la “caduta agli inferi” non è solo narrativa. È simbolica: quando ogni valore è manipolabile, anche la realtà perde consistenza.

 Tre volti del nichilismo, una sola resistenza

 

Fragilità dei legami.
Indifferenza comunitaria.
Manipolazione consapevole dei valori.

Tre volti diversi, una medesima crisi: la perdita di un criterio condiviso.

La modernità ha ampliato in modo straordinario lo spazio della libertà. Ha emancipato, moltiplicato possibilità, sciolto vincoli oppressivi. Questo è un dato storico irrinunciabile.

Il problema nasce quando la libertà si sgancia da ogni riferimento etico comune e diventa auto-legittimazione permanente.

Aristotele avrebbe parlato di perdita della misura: la libertà non è fare ciò che si vuole, ma orientare il desiderio attraverso la virtù.
Kant avrebbe parlato di eteronomia mascherata da autonomia: quando agisco solo per il mio utile, non sono libero, sono schiavo delle inclinazioni.

In questa prospettiva, Derrick non è un nostalgico dell’ordine passato. È un custode della misura. Non impone limiti esterni: richiama limiti interiori.

 

 Conclusione: limite, equilibrio e architettura della convivenza

 

Per una serie televisiva, Derrick pone interrogativi radicali:

Qual è il confine tra libertà e arbitrio?
Tra spiegazione e giustificazione?
Tra individualismo e responsabilità collettiva?

La modernità ha ampliato lo spazio della libertà individuale in modo straordinario. Ha sciolto vincoli oppressivi, moltiplicato opportunità, reso possibile ciò che in altre epoche sarebbe stato impensabile. Questo non può essere negato senza cadere in un facile nostalgismo.

Il problema nasce altrove.

Nasce quando la libertà, priva di un limite interiorizzato, si trasforma in arbitrio. Quando il desiderio individuale diventa criterio assoluto. Quando l’io non riconosce più un punto di raccordo con l’altro.

Senza un limite a sé stessi, si cade inevitabilmente nell’arbitrio. E l’arbitrio, prima o poi, degenera in violenza — talvolta diretta, talvolta indiretta, ma sempre reale. Si cade in una vertigine che produce conseguenze gravi per sé e per gli altri. Non perché la libertà sia pericolosa in sé, ma perché la libertà senza misura diventa dominio.

In questo senso, la lezione degli episodi degli anni Novanta è sorprendentemente attuale. Il problema che l’ispettore cerca di risolvere arrestando il colpevole non è mai soltanto giuridico-legale. È un problema sociale. È un problema di architettura della vita comune.

Il crimine, in quelle narrazioni, non è un accidente isolato. È la punta visibile di un disordine più profondo: fragilità dei legami, indifferenza collettiva, manipolazione dei valori, riduzione dell’altro a mezzo. Arrestare il colpevole è necessario, ma non è sufficiente. Il vero nodo è ricostruire uno spazio condiviso in cui l’io possa esistere senza trasformarsi in onnipotenza.

Oggi, a distanza di molti anni, questa intuizione appare ancora più vera. Molti dei casi di cronaca contemporanei — talvolta così estremi, così assurdi — sembrano usciti da un episodio di Derrick. Non per imitazione narrativa, ma perché rivelano la stessa frattura: individui isolati, incapaci di mediare tra desiderio e limite, tra impulso e responsabilità.

Il crimine si riduce non soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la costruzione di una condizione condivisa di vita. Attraverso un equilibrio tra il proprio io e l’io degli altri. Attraverso un’intersezione che genera uno spazio comune, capace di limitare l’egoismo, l’arbitrio e quella volontà di onnipotenza che la modernità, se mal compresa, può alimentare.

Non si tratta di “tornare indietro” in senso regressivo. Si tratta di ritrovare misura. Di ricostruire un raccordo tra libertà e responsabilità. Di comprendere che il limite non è una negazione della libertà, ma la sua condizione di possibilità.

In un tempo che celebra l’espansione illimitata delle possibilità individuali, Derrick ricorda — con discrezione e fermezza — che ogni convivenza richiede misura.

Perché la libertà senza limite non è pienezza.

È dissoluzione.