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LOREM IPSUM

L’Ultima Parola,Oltre la Morte, la Parola

16-02-2026 19:05

Luca Buonopane

Spiritualità,

L’Ultima Parola,Oltre la Morte, la Parola

.Nel 1955 Carl Theodor Dreyer realizza Ordet (La parola), un’opera che non è soltanto un capolavoro cinematografico, ma una meditazione teologica

.Nel 1955 Carl Theodor Dreyer realizza Ordet (La parola), un’opera che non è soltanto un capolavoro cinematografico, ma una meditazione teologica in forma visiva. In un tempo in cui l’uomo viene sempre più interpretato come sistema biologico complesso e la realtà come concatenazione chiusa di cause materiali, Dreyer rimette al centro una categoria che la modernità ha progressivamente svuotato: la parola.
Ma la parola, nel senso evangelico, non è suono. È evento. È atto. È principio.
“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio, e il Verbo era Dio” (Vangelo secondo Giovanni 1,1). Questa affermazione non è un’immagine poetica: è una dichiarazione ontologica. La realtà non nasce dalla materia, ma dal Logos. Non dal caso, ma da una parola originaria che fonda e sostiene l’essere.
Ordet si muove interamente dentro questa logica.

 

La fede come potenza reale

 

Nel paradigma riduzionistico, la fede è uno stato psicologico. Un sentimento. Una costruzione culturale. Non incide sulla struttura del reale.
Nel Vangelo, al contrario, la fede è potenza trasformativa. “Se aveste fede quanto un granello di senape, potreste dire a questo monte: ‘Spostati da qui a là’, ed esso si sposterebbe, e nulla vi sarebbe impossibile” (Vangelo secondo Matteo 17,20).
Questa non è una metafora moralistica. È un’affermazione scandalosa: la fede non è mera interiorità, ma partecipazione a una legge più alta.
In Ordet, Johannes incarna questa radicalità. Egli non interpreta il Vangelo in senso simbolico. Lo prende sul serio. Quando Cristo dice: “Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio, e ne compirà di più grandi” (Vangelo secondo Giovanni 14,12), Johannes non legge un’esortazione edificante, ma una possibilità reale.
Qui si consuma la frattura con la mentalità moderna. Per il riduzionismo, un morto resta morto. Per il Vangelo, la morte non è sovrana.

 

Il riduzionismo come cifra del nostro tempo

 

In un’epoca come la nostra, dominata da una forma diffusa di scientismo, l’essere umano è progressivamente interpretato attraverso categorie riduttive. La scienza, che è uno strumento prezioso e rigoroso di conoscenza, viene trasformata in paradigma totalizzante: ciò che non è misurabile non è reale; ciò che non è quantificabile non è significativo; ciò che non produce risultato non ha valore.

In questo quadro, l’uomo viene ricondotto alla sua dimensione materiale: organismo biologico, sistema neuronale complesso, intreccio di bisogni e desideri, unità produttiva all’interno di meccanismi economici. Le grandi narrazioni spirituali vengono archiviate come retaggi pre-scientifici, mentre il senso viene sostituito dalla funzione.

Il risultato non è un progresso lineare, ma una contrazione antropologica. La modernità, nel suo versante più radicale, ha prodotto una riduzione dell’essere umano alla sfera dell’immanenza. È venuto meno l’orizzonte sacrale che per secoli aveva offerto una misura più alta dell’esistenza. L’uomo non è più posto in relazione con un Altro; è lasciato solo davanti al mondo come soggetto calcolante.

Questo riduzionismo genera una scissione profonda: da una parte l’uomo si percepisce onnipotente — domina la natura, manipola la vita, estende la propria capacità tecnica oltre limiti un tempo impensabili — dall’altra, avverte una fragilità radicale: è un frammento infinitesimale in un universo indifferente. Oscilla così tra illusione di controllo e senso di irrilevanza.

Il sacro non è scomparso: è stato rimosso. Ma riaffiora sotto forma di inquietudine, nostalgia, ricerca. L’uomo contemporaneo non ha dimenticato il mistero: lo ha rimosso.

Ordet compie qui un gesto radicale: riapre una soglia. Non propone un trattato apologetico, non dimostra, non argomenta in senso scolastico. Introduce un evento che infrange l’orizzonte chiuso del possibile. La resurrezione finale non è spettacolo. È silenzio. È tremore. È parola che attraversa la morte. Non è fuga dal mondo, ma fondamento di una responsabilità più profonda verso i nostri simili, verso la storia, verso il pianeta che abitiamo.

 

La resurrezione come sconfitta della riduzione

 

Il cuore di Ordet è la resurrezione di Inger. Dreyer la mette in scena con una sobrietà che ne accresce la forza. Nessun effetto spettacolare. Solo parola e silenzio.
Nel Vangelo, Gesù dichiara: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà” (Vangelo secondo Giovanni 11,25). Questa affermazione è la più radicale confutazione del riduzionismo. Se è vera, la morte non è l’ultima parola dell’esistenza.
La resurrezione di Cristo non è un epilogo consolatorio. È la proclamazione che esiste una legge immateriale che supera l’apparente necessità biologica. Non abolisce la materia, ma la trasfigura.
Quando nel Vangelo si legge che il sepolcro è vuoto, non si assiste soltanto a un evento religioso. Si assiste al crollo di una metafisica: quella che identifica il reale con il visibile e il possibile con il prevedibile.
Se Cristo è risorto, allora la morte non ha la vittoria su tutto. E se la morte non è definitiva, l’essere umano non è riducibile a macchina.

 

La morte come fondamento simbolico del potere

 

Il riduzionismo trova nella morte il suo sigillo. L’uomo nasce, funziona, si deteriora, si spegne. Fine.
Ma il Vangelo incrina questa chiusura. “Dio non è Dio dei morti, ma dei vivi” (Vangelo secondo Matteo 22,32). La vita non è parentesi tra due nulla.
Qui si apre una dimensione che inquieta ogni ordine fondato esclusivamente sull’immanenza. Se la morte è l’orizzonte ultimo, allora l’uomo è facilmente governabile. La paura diventa strumento politico. L’accumulo materiale diventa unico orizzonte di senso.
Ma se la morte non è sovrana, se esiste una condizione ulteriore — più libera, non riducibile ai meccanismi biologici — allora l’essere umano non è interamente ricattabile.
“Non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima” (Vangelo secondo Matteo 10,28).
Questa frase è di una potenza destabilizzante. Se esiste qualcosa che supera il corpo, allora il potere che domina i corpi non è assoluto.
Si comprende perché la fede nella resurrezione sia, lungo la storia, una forza capace di generare libertà. Non perché prometta evasione, ma perché relativizza l’ordine materiale.

Johannes come figura evangelica

Johannes, nel suo apparente delirio, prende alla lettera l’annuncio evangelico. Quando Cristo dice: “Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto” (Vangelo secondo Matteo 7,7), egli non interpreta queste parole come allegoria.
Il suo gesto finale — la parola pronunciata davanti al corpo di Inger — non è magia. È fede radicale. È adesione totale alla promessa.
E quando Gesù afferma: “Se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno” (Vangelo secondo Giovanni 8,51), non sta negando la morte biologica, ma la sua pretesa di assolutezza.
Johannes incarna questa sfida: la morte non è l’ultima istanza.

Oltre la paura, oltre l’accumulo

Se la morte è definitiva, allora il senso si concentra nel possesso, nel successo, nella sopravvivenza. Se invece esiste una dimensione ulteriore, la gerarchia dei valori cambia.
La resurrezione, nel Vangelo come in Ordet, non è evasione spiritualistica. È rivelazione che l’essere umano è più della sua funzione biologica. È apertura a una libertà che non si esaurisce nei beni materiali né nelle passioni egoistiche.
Qui il film di Dreyer assume una valenza profetica. Mostra che la parola — quando è radicata nella fede — può incidere sul reale. Non perché sospenda arbitrariamente le leggi naturali, ma perché rivela una legge più profonda, immateriale, che sostiene le altre.

 

Conclusione: l’ultima parola

 

“Nel mondo avete tribolazioni, ma abbiate coraggio: io ho vinto il mondo” (Vangelo secondo Giovanni 16,33).
Se questa vittoria è reale, la storia non è chiusa nella necessità materiale. La morte non è sovrana. Il potere fondato sulla paura non è assoluto.
Ordet non chiede allo spettatore una credulità ingenua. Chiede una decisione ontologica: la realtà è un sistema chiuso o è aperta alla promessa?
Se la parola è solo suono, il miracolo è impossibile.
Se la parola è Logos, allora l’essere è più ampio della materia.

E forse, nel silenzio finale del film, non resta che questa domanda radicale: chi ha davvero l’ultima parola? La morte — o la Parola?

Personalmente spero con tutto il cuore che l’ultima parola sia appunto del Verbo, che si apra uno squarcio metafisico nella casa del Padre in cui ogni nostra ambascia, ogni nostra sofferenza, ogni nostra debolezza, ogni nostro cuccio trovi la pace, trovi il ristoro sereno del figlio prodigo che torna a casa, trovi appunto la casa del Padre.
Questo pensiero spesso nelle difficoltà della vita mi riempie di speranza e di gioia, anche se mi rendo conto che non sempre riesco a mantenere alto il livello di speranza, ma dietro ogni caduta, dietro ogni incertezza, poi ritorno più pervicace di prima a cercare la volontà del Padre per essere un giorno lontano, degno di entrare nella sua casa.