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Natale in casa Cupiello: Valori, Candore e Autenticità Dalla superficie comica all’etica della resistenza

24-01-2026 17:47

Luca Buonopane

Modernità Mito Cultura,

Natale in casa Cupiello: Valori, Candore e Autenticità Dalla superficie comica all’etica della resistenza

Introduzione Anni fa, come molti giovani della mia generazione — e probabilmente anche di quelle precedenti — ho visto Natale in casa Cupiello sofferm

 

Introduzione

 

Anni fa, come molti giovani della mia generazione — e probabilmente anche di quelle precedenti — ho visto Natale in casa Cupiello soffermandomi soprattutto sulla sua superficie più immediata: la comicità, le battute ironiche, quel sorriso amaro che Eduardo De Filippo riesce a suscitare anche nel pieno del dramma. In quella fase, la commedia appariva come un capolavoro di umorismo teatrale; ma il riso rischiava di oscurare il profondo significato umano e morale che l’opera custodisce.

Solo con il passare del tempo, e con una diversa maturità interpretativa, emerge un’altra lettura, in cui Natale in casa Cupiello si rivela come indagine sui valori, sulle relazioni e sulla crisi profonda dei legami familiari in una società in trasformazione. Eduardo non racconta solo una vicenda di famiglia: mette in scena dinamiche etiche e simboliche che recuperano e interrogano la nostra esperienza esistenziale. Un motivo ricorrente in tutta la commedia è la domanda che Luca rivolge più volte a Tommasino: «Te piace ’o presepio?», risposta negativa dopo risposta negativa, fino alla possibile apertura finale del figlio nel terzo atto; un vero motivo drammatico che torna come un “ritornello” centrale dell’opera.

 

Luca Cupiello come figura etica


 

Luca Cupiello non è semplicemente il “padre buffo” che costruisce un presepe: è la figura che esprime, con coerenza e fedeltà, una visione del mondo orientata alla relazione e alla condivisione del bene. Il presepe, per lui, è più di un oggetto: è simbolo della possibilità di una realtà costruita insieme, di un affetto che supera l’utilitarismo e la mercificazione della vita.

La sua reiterata domanda è meno un invito alla ludicità che una richiesta di partecipazione a un progetto umano condiviso; un modo di coinvolgere la famiglia in un rito che resta significativo per lui anche quando gli altri lo deridono o lo ignorano. Luca resiste alla banalità del quotidiano attraverso quel rito. La sua “ingenuità” va letta non come ignoranza della realtà, ma come rifiuto di ridurla alla brutalità dell’interesse e della mera convenienza sociale. In lui, la coerenza e la fedeltà ai valori — anche quando non portano profitto né riconoscimento — fanno emergere una forma di etica semplice ma radicale.

 

Concetta: realismo e responsabilità

 

Concetta custodisce il tessuto pratico della famiglia: gestisce conflitti, tira le somme delle contraddizioni, mantiene l’equilibrio nei limiti del possibile. La sua voce pragmatica è la concretezza necessaria per allontanare la commedia dal mero sentimentalismo. In Concetta si legge una forma di responsabilità etica volta alla sopravvivenza dei legami, anche quando questi sono lacerati o contraddittori. Rappresenta la persona pragmatica che cerca in tutti i modi di mantenere in piedi una struttura familiare che non ha più il collante della visione comune e, in questo sforzo, si logora; perché questo sforzo la costringe a una continua ambiguità, anche se non voluta personalmente, ma agita perché deve mantenere la casa in piedi ad ogni costo.

 

Pasqualino: la meschinità del ruolo mancato

 

In questo equilibrio precario si inserisce la figura del fratello di Luca, Pasqualino. Egli rappresenta una sfumatura diversa del fallimento umano: la fragilità di chi non è stato capace di costruirsi un ruolo proprio. Pasqualino vive in una tensione perenne, sospeso tra un’ira funesta e una debolezza infantile. Vorrebbe incarnare la figura dello “zio rispettato”, l’autorità familiare della tradizione, ma non possiede nessuna delle caratteristiche umane — la saggezza, la generosità o la dignità — che lo renderebbero tale. La sua iracondia è la maschera di un’insicurezza profonda e del risentimento di chi si sente ai margini pur essendo al centro della casa. Pasqualino abita la famiglia in modo parassitario, diventando l’elemento di disturbo che sottolinea quanto il clima di amore sognato da Luca sia ormai irrimediabilmente inquinato.

Ninuccia: desiderio negato e crisi di legame

Ninuccia testimonia la contraddizione tra l’appartenenza e la ricerca di sé. Rappresenta una donna che non è riuscita — per condizioni legate ai tempi, alla famiglia e alla sua indole, probabilmente — a trasfondere se stessa in maniera organica nel mantenimento della tradizione, ma anche nel soddisfacimento dei suoi obiettivi individuali. La sua infelicità con Nicolino e la relazione con Vittorio Elia segnano un conflitto che non è superficiale: svela la tensione tra appartenenza familiare ed esigenza di autenticità. Quando, in un momento di frustrazione, il presepe viene distrutto, ciò segna non solo un gesto impulsivo, ma una rottura simbolica con l’ordine dei valori incarnato da Luca; una frattura che evidenzia la crisi profonda della famiglia Cupiello.

 

Nicolino: ordine formale e compensazione materiale

 

Nicolino rappresenta la figura che tenta di compensare la mancanza di comprensione emotiva attraverso la sicurezza formale e l’ordine materiale. Rappresenta l’uomo solido, l’uomo borghese che, pur amando Ninuccia, non riesce a entrare in un vero rapporto con lei. L’imprenditore borghese non sa cogliere i bisogni profondi di Ninuccia: offre sicurezza e stabilità, ma non ascolto. Copre questa sua mancanza con il decoro e con i regali. Questa sua modalità formale e apparente di ordine si pone in netto contrasto con l’etica di Luca, che invece antepone la relazione alla forma.

 

Vittorio Elia: passione individualista e rischio etico

 

Vittorio Elia incarna una passione non mediata dalla responsabilità verso la comunità familiare: segue il desiderio come impulso, sfidando le norme, ma senza proporre un progetto alternativo di vita etica. Rappresenta la tentazione, il gesto individualistico impulsivo che rompe la catena sociale, ma che, proprio perché individualistico e impulsivo, non tiene conto delle conseguenze su se stesso e sugli altri. In lui, la ricerca del piacere individuale diventa simbolo della difficoltà, nel mondo moderno, di coniugare desiderio e bene comune.Dunque il suo più grande limite È quello di rompere senza costruire E quello di agire A punto d'impulso Senza un'assunzione reale di responsabilità Insomma la strada di Elia è una strada Che porta in un vicolo cieco.

Tommasino


Tommasino risponde continuamente al padre: «Nun me piace!», alla domanda sul presepe; una frase che diventa il simbolo della distanza generazionale tra un mondo di valori condivisi e uno in cui quel legame sembra ormai perduto. Egli rappresenta una generazione che, non avendo più la guida dei valori tradizionali, ma non potendo né riuscendo ad adeguarsi pienamente al nuovo che avanza, resta sospesa in una dimensione infantile. È una forma di non-scelta: il rifiuto di prendere posizione nella vita, fino a quando la constatazione della tragedia familiare lo condurrà, tardivamente, a rivalutare il pensiero del padre.

Il presepe: simbolo dei valori tradizionali e della vita autentica


Il presepe è la vera immagine centrale di Natale in casa Cupiello. Non è un mero ornamento: è il simbolo di una realtà etica condivisa, di comunità, di relazioni e di senso collettivo. Esso richiama le radici popolari e la cultura tradizionale che rischiano di essere dimenticate. La ripetizione ossessiva della domanda «Te piace ’o presepio?» non è semplice comicità, ma un tentativo disperato di ricordare che la costruzione del senso e dell’appartenenza non è mai scontata: richiede partecipazione, condivisione e fedeltà ai legami.

La risposta negativa di Tommasino è, dunque, la negazione di questo linguaggio simbolico. Egli rappresenta, ante litteram, una prima generazione accudita e protetta, ma non educata: una generazione in cui la famiglia stessa non è più in grado di indicare una direzione, di offrire una strada, di trasmettere una visione comune del futuro. Tommasino è quindi corresponsabilizzato, perché nel suo infantilismo e nella sua monelleria cerca di non prendere posizione nella vita; ma questa incapacità nasce anche dalle mancanze che ha subito. In senso figurato, egli è un orfano: orfano di una comunità e di una famiglia capaci di offrire speranza e visione del futuro. Tutto questo Eduardo lo aveva compreso in anni non sospetti. Ed è anche per questo che, io e molti altri, lo consideriamo uno dei grandi drammaturghi del Novecento.

Il presepe, infine, rappresenta il simulacro della comunità dei valori tradizionali: di tutto ciò che ancora resta all’uomo, di tutto ciò che, secondo il protagonista della commedia, deve essere salvato, tramandato e protetto dalle derive utilitaristiche e mercantiliste di ieri, come da quelle di oggi.

 

Conclusioni

 

Natale in casa Cupiello non è soltanto la rappresentazione di una famiglia napoletana nel suo ambiente natalizio: è il ritratto paradigmatico di un’immagine di valori tradizionali messi in crisi dalla modernità utilitaristica e mercantile. Le famiglie tradizionali, pur portando con sé difficoltà e contraddizioni, avevano una forma di unità e condivisione che è ora messa a rischio dalla società anomica e liquida contemporanea.

Nel gesto finale di Luca — quando, ormai non più lucido, benedice, in un tragico fraintendimento, Ninuccia e Vittorio Elia — questo estremo fraintendimento e la morte di Luca Cupiello fanno pensare che ormai i valori tradizionali da lui rappresentati e la speranza di una famiglia retta da questi valori si siano tramontati per sempre; sconfitti dalla storia, sconfitti da forze, potremmo dire, sovrumane, che stanno orientando la vita di tutti in altro modo: in un modo più individualistico, più mercantile, ove ognuno di noi guida la propria vita in base a criteri di convenienza, di performance e di gestione personalistica dell’esistenza.

Però, proprio quando tutto sembra perduto, Tommasino, il figlio che sembrava irrimediabilmente immaturo e infantile, capisce l’insegnamento del padre. Si rende conto che vivere secondo, potremmo dire, le leggi di Luca Cupiello — ovvero la semplicità, il clamore per la famiglia, il sapersi accontentare di una vita modesta e misurata — possono essere la chiave di volta per reggere gli enigmi e i pesi di questa nuova modernità, che sicuramente non ha al centro l’uomo. Allora, in maniera magistrale, Eduardo, per sintetizzare questo concetto, fa dire finalmente a Luca, a fine commedia, un commosso e sentito:

«Mi piace ’o presepio».