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LOREM IPSUM

Ponzio Pilato: il Pretore

29-12-2025 13:23

Luca Buonopane

Spiritualità,

Ponzio Pilato: il Pretore

Ponzio Pilato non è l’uomo che non seppe distinguere il vero dal falso.È l’uomo che riconobbe la verità e decise di ignorarla

 



 

Ponzio Pilato non è l’uomo che non seppe distinguere il vero dal falso.
È l’uomo che riconobbe la verità e decise che essa era incompatibile con il potere che esercitava. La sua colpa non risiede nell’ignoranza, ma nella lucidità senza assunzione di responsabilità; non nella crudeltà, ma nella prudenza trasformata in criterio assoluto di governo. Pilato è, in questo senso, una figura eminentemente moderna: il simbolo di un potere che sopravvive sacrificando la verità e che, proprio per questo, perde la propria legittimità morale.

Nel racconto evangelico Pilato appare come un funzionario dell’Impero romano, non come un tiranno sanguinario. Governa una provincia fragile, attraversata da tensioni religiose e politiche, e il suo mandato è chiaro: mantenere l’ordine. In termini weberiani, Pilato incarna il potere legale-razionale, fondato sulla procedura, sul calcolo delle conseguenze, sulla responsabilità amministrativa più che sull’etica della convinzione. Egli comprende che Gesù non rappresenta una minaccia per Roma, ne intuisce l’innocenza, ma sa anche che assolverlo significherebbe incrinare equilibri delicati e mettere a rischio la propria posizione. Tra la verità e la stabilità sceglie la stabilità.

È in questo passaggio che il potere rivela la sua natura tragica: non ignora la verità, la valuta, la pesa e infine la scarta perché troppo costosa.

La celebre domanda rivolta a Gesù – «Che cos’è la verità?» – non è un interrogativo filosofico autentico, ma un gesto politico di distanziamento. Pilato non chiede per conoscere, bensì per relativizzare. Trasforma la verità in un problema teorico per neutralizzarne la forza pratica. Qui si manifesta una dinamica che attraversa la modernità: la verità è tollerata finché resta astratta, ma diventa intollerabile quando chiede di essere tradotta in decisione.

Hannah Arendt ci offre una chiave decisiva per comprendere questo meccanismo. Il male più pericoloso non nasce da una volontà demoniaca, ma dall’incapacità di assumere la responsabilità del giudizio. Pilato non odia Gesù, non lo teme, non lo disprezza. Semplicemente, non ritiene che la verità su di lui sia un motivo sufficiente per mettere in discussione il sistema di cui è ingranaggio. La sua colpa è la rinuncia al pensiero etico nel momento della decisione.

Il gesto di lavarsi le mani rappresenta il culmine di questa rinuncia. Pilato si proclama neutrale, ma la neutralità di chi ha il potere di decidere non è mai innocente: è una forma elegante di dominio. Dichiarandosi estraneo alla scelta, egli ne conserva tuttavia il controllo. La violenza non viene esercitata direttamente, ma resa possibile. Michel Foucault ci ha insegnato che il potere non agisce solo reprimendo, ma producendo discorsi che rendono alcune scelte inevitabili e altre impensabili. Pilato, relativizzando la verità, la priva di forza politica e la consegna all’impotenza.

Eppure, il fallimento di Pilato non è solo istituzionale. È, più profondamente, interiore. Qui si apre uno spazio di dialogo inatteso con la tradizione buddhista. Il Buddha insegna che la verità non si raggiunge accumulando certezze, ma attraverso un processo di spoliazione progressiva dell’io e delle sue illusioni. L’io è una costruzione difensiva, costantemente impegnata a preservarsi. Scorgere la verità significa lasciarsi decostruire, accettare di perdere le identificazioni che ci tengono al sicuro.

Pilato non riesce a compiere questo gesto. È interamente identificato con il proprio ruolo: governatore, rappresentante dell’Impero, garante dell’ordine. Riconoscere la verità significherebbe esporsi, perdere controllo, lasciare vacillare l’immagine di sé. La sua domanda sulla verità resta superficiale perché scendere più a fondo comporterebbe un disarmo che egli non è disposto ad accettare.

In questa luce, il potere appare come un ego collettivo istituzionalizzato. Difende sé stesso come l’io individuale difende le proprie illusioni: razionalizzando, rinviando, giustificando. Non dice “non è vero”, ma “non è possibile”. Non nega la verità, la subordina.

Il contrasto con Gandhi rende questa dinamica ancora più evidente. Quando Gandhi afferma che la verità è Dio, rovescia ogni logica strumentale del potere. La verità non è un mezzo, ma un fine assoluto davanti al quale ogni calcolo politico deve arretrare. Dire la verità significa essere pronti a perdere tutto, perché la verità non protegge l’io: lo espone. In questo senso, Gandhi raccoglie tanto l’eredità evangelica quanto quella buddhista: la verità non domina, ma trasforma; non impone, ma chiede disponibilità al sacrificio.

Pilato, invece, sceglie di restare intatto. Non accetta di perdere nulla di sé per la verità e così perde la verità stessa. La sua è una prudenza che si fa colpa, una razionalità che si trasforma in cecità morale. Ed è proprio questa normalità a renderlo inquietante.

Pilato non è un’eccezione storica. È un archetipo.
Rappresenta il modo in cui le strutture sociali create dall’uomo – sistemi complessi come l’Impero romano – riescono a trovare un punto di equilibrio interno fondato su credenze, miti, strutture giuridiche, militari e organizzative. Questi sistemi non si reggono solo sulla forza, ma sulla capacità di introiettare negli individui una logica funzionale alla loro sopravvivenza. Ognuno, a vario titolo, trova motivi per aderirvi.

L’essere umano, più che puramente razionale, è un essere simbolico, narrativo: costruisce una visione del mondo e vi si conforma finché essa riesce a sostenersi sul piano economico, sociale e persino spirituale. È all’interno di questo contesto che va compreso Pilato. In tale condizione egli non può riconoscere la verità rappresentata da Cristo: una verità fondata sull’amore, che non difende strutture, non protegge privilegi, non giustifica azioni in nome di un progetto politico, sociale o economico che innalza alcuni, accontenta molti e sacrifica moltissimi.

La domanda «Che cos’è la verità?» diventa allora sì una domanda difensiva, ma anche l’espressione di un’incomprensione radicale. Pilato non riesce a cogliere i fini della predicazione di Cristo, non è in grado di vederla. Ed ecco il silenzio di Gesù. Come spiegare ciò che dovrebbe essere lampante a chi non può scorgerlo? Il silenzio diventa la risposta più eloquente. La verità è come un fulmine: o la si sente dentro, oppure nessuna costruzione mentale è in grado di catturarla.

Pilato, non comprendendo, compie la scelta più funzionale al mantenimento dell’equilibrio del ruolo che gli è stato assegnato. Ma sente il bisogno di marcare una distanza personale, lavandosi le mani: io non sono responsabile. La mia responsabilità si esprime come funzionario, soldato, prefetto dell’Impero, non come persona.

Qui emerge un altro potente meccanismo umano: la parzializzazione della responsabilità. Separare l’uomo dall’istituzione consente alle entità socio-politiche di bypassare il controllo morale individuale. È questo il meccanismo che ha permesso, nei secoli, a persone apparentemente normali di partecipare all’orrore. Troppo facile pensare solo ai crimini nazisti: è la distanza, non la mostruosità, che rende possibile il male.

Cristo, al contrario, insegna che la verità non ammette distanza. Non ammette scusanti. Ci chiama a un agire permanente verso il prossimo fondato su compassione, carità e responsabilità. “Ciò che fate al più piccolo dei miei fratelli, lo fate a me”: una visione dei rapporti umani che non scherma, non separa, ma rende ogni essere umano parte insostituibile di sé stessi.

Ho voluto parlare di Pilato perché rappresenta un archetipo potente di come, spesso, le strutture sociali ci allontanino dalla verità, la rendano opaca, giustifichino mancanze e talvolta brutalità. Il compito che ci resta è costruire istituzioni che mettano la persona al centro di ogni fine, senza mai lavarci le mani, ma entrando nel vivo, smascherando la menzogna, avvicinandoci al fratello e dicendo: eccomi, sono qui per te, con te.