Sostieni una voce fuori dal coro "Questo spazio vive lontano dalle logiche del profitto e dagli algoritmi che appiattiscono il pensiero. È un rifugio che scelgo di mantenere libero e aperto a tutti. Se senti che queste parole sono necessarie, puoi contribuire a proteggerle. Ogni donazione è un atto di resistenza condivisa, un modo per camminare insieme verso una narrazione diversa."

 

Luca Buonopane

  Pensiero Critico e Orizzonti Possibili

Il diritto ed il potere Da Catilina a Niemöller

07-03-2026 18:33

Luca Buonopane

Storia Geopolitica Economia Società,

Il diritto ed il potere Da Catilina a Niemöller

Introduzione Il diritto rappresenta una delle più complesse cristallizzazioni dell’esperienza umana: un insieme di regole, principi e procedure che tr

Introduzione

 

Il diritto rappresenta una delle più complesse cristallizzazioni dell’esperienza umana: un insieme di regole, principi e procedure che trasformano idee e valori in una struttura capace di rendere possibile la convivenza civile. In questo senso il diritto non è soltanto un sistema normativo, ma un tentativo storico di limitare la violenza, il sopruso e l’arbitrio, sostituendo alla forza il governo delle regole.

Tra le grandi civiltà del mondo antico, furono probabilmente i Romani a portare questa intuizione al suo più alto grado di concretezza. Mentre la cultura greca sviluppò straordinarie speculazioni filosofiche sulla giustizia e sulla politica, Roma seppe trasformare quelle intuizioni in un sistema pratico e operativo. Nel corso dei secoli la Repubblica elaborò strumenti giuridici sempre più raffinati, capaci di regolare i rapporti tra cittadini e Stato, così come quelli tra i cittadini stessi. Il diritto divenne così uno dei pilastri della grandezza romana, contribuendo a fare di Roma non solo una potenza militare, ma anche un laboratorio politico e istituzionale senza precedenti.

E tuttavia proprio una civiltà che aveva posto il diritto al centro della propria identità fu tra le prime a trovarsi di fronte a un dilemma destinato a tornare ciclicamente nella storia politica: cosa accade quando la sopravvivenza stessa dello Stato sembra essere minacciata? In tali momenti il diritto deve rimanere un limite invalicabile oppure può essere sospeso in nome della salvezza della comunità?

Questo interrogativo emerse con particolare forza nel 63 a.C., durante la celebre congiura di Catilina, quando la Repubblica romana si trovò ad affrontare una minaccia percepita come potenzialmente distruttiva. Sallustio ricorda chiaramente:

«Catilina, vedendo frustrate le sue speranze, covava nell’animo odio contro la patria e progettava la rovina della Repubblica.»¹

Di fronte a quel pericolo si aprì un drammatico dibattito politico e giuridico che coinvolse figure centrali della storia romana come Marco Tullio Cicerone, Gaio Giulio Cesare e Marco Porcio Catone Uticense.

 

La Repubblica romana alla vigilia della congiura

 

Negli anni in cui maturò la congiura, Roma attraversava una fase di trasformazione profonda. L’espansione territoriale aveva generato immense ricchezze, ma anche nuove fratture: una ristretta aristocrazia concentrava il potere, mentre cresceva un vasto strato di cittadini impoveriti e esclusi dalla vita politica. Le istituzioni repubblicane, progettate per governare una città-stato, faticavano a contenere le tensioni di una potenza mediterranea.

Le riforme dei fratelli Gracchi e la guerra civile tra Mario e Silla avevano già mostrato quanto il sistema politico fosse fragile. La dittatura di Silla aveva provato a restaurare l’ordine aristocratico, ma le tensioni sociali ed economiche non scomparvero. In questo clima si colloca la figura di Catilina, e la congiura si presenta come sintomo di un malessere sociale e politico molto più ampio.

 

Le figure centrali del conflitto

 

Catilina: l’aristocratico ribelle e il tormento della sconfitta

Catilina, aristocratico decaduto e ambizioso, incarna l’ossessione per il potere e la frustrazione del fallimento personale. Non era solo un complottatore: era un uomo che percepiva l’ingiustizia delle disparità sociali e l’esclusione politica come motivi di rivalsa personale e collettiva. Attorno a lui si raccoglievano nobili impoveriti e cittadini gravati dai debiti, pronti a seguire un leader che prometteva ribaltamento dell’ordine costituito. Sallustio restituisce la sua tensione interiore e il desiderio di riscatto:

«Catilina, vedendo frustrate le sue speranze e sentendosi tradito dalle sorti, si infiammava di odio contro la patria e giurava di distruggere coloro che gli avevano negato il consolato.»¹

In alcuni discorsi attribuitigli, Catilina sfidava apertamente l’ordine repubblicano:

«Che importa alle leggi quando chi comanda non teme alcun tribunale?»¹

Questa frase mostra il lato più radicale e disperato del suo carattere: la convinzione che l’ordine costituito fosse impotente di fronte alle ambizioni personali e alla tensione sociale. La sua figura emerge come quella di un uomo in conflitto tra frustrazione privata e istanze sociali, capace di ispirare sia paura che ammirazione.

 

Cicerone: l’uomo nuovo, calcolatore e difensore della Repubblica

Cicerone emerge non solo come console, ma come stratega politico e oratore della Repubblica, capace di trasformare la paura collettiva in un’azione politica e giuridica coerente. Proveniente da una famiglia equestre di Arpino, il suo status lo poneva in una posizione intermedia tra l’aristocrazia tradizionale e il ceto emergente. La sua forza consisteva nella capacità di mediare, calcolare e riscattarsi, trasformando ogni pericolo in un’opportunità per consolidare la propria autorità morale e politica.

Nelle Catilinarie, Cicerone mostra la drammaticità della situazione e il senso di urgenza:

«O tempora! O mores! Quantae res publica periculum habet!»²

Cicerone muove ogni pezzo della sua strategia: usa la parola per persuadere il Senato, mette in evidenza la colpevolezza dei congiurati e al tempo stesso crea un precedente politico giuridico utile per proteggere la Repubblica, pur senza ricorrere a misure arbitrarie o eccessivamente cruente. La sua capacità di calcolo politico era insomma legata a una visione strategica più ampia, che combinava interesse personale, legittimità morale e prudenza istituzionale.

 

Cesare: equilibrio strategico e visione politica

Cesare si presenta come un politico capace di anticipare conseguenze future e di equilibrare interessi contrapposti: le élite aristocratiche e il popolo urbano impoverito. Non si limita a riconoscere la colpevolezza dei congiurati, ma valuta le implicazioni della punizione immediata sulla stabilità della Repubblica e sul precedente legale:

«Cesare, pur riconoscendo la colpevolezza dei cospiratori, consigliò di usare la detenzione perpetua piuttosto che la pena di morte, temendo il pericolo del precedente.»³

La sua prudenza non è passività: è una strategia politica per garantire che la legge sia rispettata anche nei momenti di crisi, evitando estremismi e mostrando come si possa usare il diritto come strumento di equilibrio politico. Cesare mantiene così un delicato equilibrio tra le aspirazioni popolari e il rispetto delle istituzioni, resistendo a tentazioni autoritarie e investiture monarchiche.

Catone: il custode inflessibile della tradizione

Catone rappresenta la coerenza morale e la rigidità repubblicana. La sua forza non risiede solo nella posizione politica, ma nella convinzione che la Repubblica sia un valore assoluto, da difendere anche con la vita. La clemenza era debolezza, e la difesa dello Stato richiedeva decisioni drastiche. Sallustio sottolinea la sua fermezza:

«Catone non esitava: per lui nulla era più sacro della Repubblica, e chi la minacciava meritava la morte senza esitazione.»¹

Catone diventa così il contraltare estremo di Cesare: la legge non è negoziabile, e la moralità repubblicana coincide con la forza dell’esecuzione.

 

Il dibattito nel Senato 

 

Cicerone:
«Padri conscritti, Roma è stata a un passo dalla distruzione. I congiurati sono stati arrestati, le prove sono davanti a voi. La questione è un’altra: quale pena meritano?»

Senatore:
«La legge è chiara. Non possiamo permetterci esitazioni.»

Cesare:
«Nessuno ignora la gravità dei fatti. Ma introdurre la pena di morte senza processo creerà un precedente pericoloso per il futuro. Puniamoli severamente, sì, ma con detenzione perpetua e confisca dei beni.»

Catone:
«Padri conscritti, mi stupisce sentire tanta prudenza quando la Repubblica è in pericolo. Questi uomini hanno progettato di incendiare la città, di uccidere i magistrati. La clemenza diventerebbe complicità. La pena deve essere la morte.»

Il Senato vota: prevale la linea di Catone. Cicerone ordina l’esecuzione dei congiurati nel Carcere Mamertino, pronunciando fuori dal carcere:

«Vixerunt.» – “Hanno vissuto.”

 

Conclusione

 

Nella coscienza moderna, che i Romani non potevano ancora possedere, si è sviluppata la consapevolezza del diritto naturale, cioè l’idea che esistano diritti inalienabili di ogni individuo, indipendenti dalla volontà dello Stato e dalla legge positiva. Tali diritti rappresentano un argine fondamentale contro l’arbitrio politico e la tentazione dello Stato di elevarsi al di sopra delle regole morali e giuridiche.

Come osserva Carl Schmitt, il sovrano ha la capacità di decidere nello stato di eccezione e la legge può diventare strumento della volontà politica quando lo Stato si percepisce minacciato⁴. Tuttavia, questa visione rischia di giustificare l’annullamento dei diritti individuali. In contrapposizione, John M. Finnis sostiene che il diritto positivo è legittimo solo se coerente con principi fondamentali che tutelano la dignità e i beni essenziali dell’individuo⁵. Questo concetto rafforza l’idea che anche in situazioni di emergenza lo Stato non può sospendere o comprimere la libertà e la soggettività degli individui, pena il rischio di cadere in forme di neototalitarismo.

La storia fornisce esempi concreti di questa tensione. Nei processi di Norimberga (1945-1946), pur giudicando crimini straordinariamente gravi, si mantenne un quadro legale e procedurale rispettoso della dignità degli imputati. In Sudafrica, sotto la guida di Nelson Mandela, la Commissione per la Verità e la Riconciliazione adottò strumenti legali per integrare le vittime e perseguire la giustizia senza vendetta. In Cile, i processi contro i crimini della dittatura di Pinochet cercarono di colpire i colpevoli entro una cornice giuridica equa. Va però sottolineato che, a differenza dei processi di Norimberga o della Commissione per la Verità e la Riconciliazione in Sudafrica, i procedimenti cileni furono più frammentari e ostacolati da amnistie e protezioni legali ereditate dal regime di Pinochet, rendendo più difficile una piena applicazione della giustizia. Nonostante ciò, l’intento di perseguire legalmente i responsabili dei crimini della dittatura rimane un esempio significativo di rispetto della legalità anche in contesti complessi.» Questi esempi dimostrano che la legalità e il rispetto dei diritti possono sopravvivere anche in situazioni di estrema difficoltà.

Lo Stato può essere tentato di costruire una rete di diritti subordinati alla propria volontà, annullando i diritti inalienabili degli individui. La poesia di Martin Niemöller “Prima vennero…”, ci ammonisce su questo pericolo:

 

All’inizio vennero a prendere gli ebrei,
e nessuno protestò perché non lo erano.
Poi vennero per gli oppositori politici,
e nessuno protestò perché non lo erano.
Poi vennero per i sindacalisti,
e nessuno protestò perché non lo erano.
Alla fine vennero per me,
e non c’era più nessuno che potesse protestare.

 

Niemöller denuncia che l’arbitrio e la violazione dei diritti non possono essere tollerati dai cittadini. Il rispetto della persona, della sua soggettività e dei suoi diritti naturali è indispensabile per uno Stato etico e una comunità sana. La poesia funge da monito: ignorare i diritti degli altri significa esporre se stessi alla tirannia.

La lezione che emerge, sia dalla storia antica che dai tragici episodi del XX secolo, è dunque chiara: anche di fronte alla paura e alla crisi, l’etica, la legge e il rispetto dei diritti devono prevalere sulla forza e sull’arbitrio. Altrimenti, come ci ricordano Cesare  e Niemöller , potremmo salvare momentaneamente la minaccia, ma perderemo irrimediabilmente noi stessi, i nostri ideali e il futuro della libertà.

 

Annotazioni

 

Sallustio, Bellum Catilinae, 50, 52.

Cicerone, In Catilinam I, 8.

Sallustio, Bellum Catilinae, 52.

Carl Schmitt, Politische Theologie, 1922.

John M. Finnis, Natural Law and Natural Rights, 1980.