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Luca Buonopane

  Pensiero Critico e Orizzonti Possibili

Marco 10,17-31 – Il giovane ricco

13-08-2025 19:03

Luca Buonopane

Spiritualità,

Marco 10,17-31 – Il giovane ricco

Marco 10,17-31 – Il giovane riccoMentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò:

Marco 10,17-31 – Il giovane ricco

Mentre Gesù andava per la strada, un tale gli corse incontro e, gettandosi in ginocchio davanti a lui, gli domandò:
  «Maestro buono, che cosa devo fare per avere in eredità la vita eterna?»
  Gesù gli disse:
  «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, se non Dio solo. Tu conosci i comandamenti:
  Non uccidere,
  non commettere adulterio,
  non rubare,
  non testimoniare il falso,
  non frodare,
  onora tuo padre e tua madre».
  Egli allora gli disse:
  «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
  Allora Gesù, fissando lo sguardo su di lui, lo amò e gli disse:
  «Una cosa sola ti manca:
  va’, vendi quello che hai, dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni! Seguimi».
  Ma egli, rattristato da quelle parole, se ne andò afflitto: possedeva infatti molti beni.

Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli:
  «Quanto è difficile, per quelli che possiedono ricchezze, entrare nel regno di Dio!»
  I discepoli erano sconcertati da queste sue parole; ma Gesù riprese e disse loro:
  «Figli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio!
  È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno di Dio».
  Essi, ancora più stupiti, dicevano tra loro:
  «E chi può essere salvato?»
  Ma Gesù, guardandoli in faccia, disse:
  «Impossibile agli uomini, ma non a Dio! Perché tutto è possibile a Dio».
  Allora Pietro prese a dirgli:
  «Ecco, noi abbiamo lasciato tutto e ti abbiamo seguito».
  Gesù gli rispose:
  «In verità io vi dico: non c’è nessuno che abbia lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per causa mia e per causa del Vangelo,
  che non riceva già ora, in questo tempo, cento volte tanto:
  case e fratelli e sorelle e madri e figli e campi, insieme a persecuzioni,
  e la vita eterna nel tempo che verrà.
  Molti dei primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».

Nella parabola del giovane ricco assistiamo a una dicotomia fondamentale. Per seguire Dio non si possono avere altri idoli né altri obiettivi se non quello di interpretare e seguire la sua volontà, facendone prassi di vita.

Anche se il giovane ricco era un perfetto osservante – e possiamo persino supporre che fosse un uomo sinceramente alla ricerca di un senso più profondo dell’esistenza – è lui che si avvicina a Cristo. Ed è Cristo stesso a riconoscere in lui delle qualità interessanti. Infatti, il Vangelo ci dice che «lo amò».

Ma alla richiesta radicale di Gesù – “Lascia tutto e seguimi” – il giovane, dopo un attimo, si ritrae e se ne va. Perché? Perché le sue ricchezze e i suoi beni avevano un posto centrale, preminente, nella sua vita.

Anche oggi noi siamo interrogati da questo accadimento.
  Come possiamo, nella nostra società materialista e consumistica – almeno qui, nella parte occidentale del mondo – non mettere il benessere materiale al primo posto?
  Come possiamo non diventare schiavi di ciò che possediamo e dei suoi falsi idoli?

La chiave, forse, è questa: sperare che i nostri continui sforzi per trovare un giusto equilibrio tra il pane quotidiano e la spiritualità ci conducano su una strada in cui la grazia di Dio possa aiutarci a compiere quel passo che al giovane ricco non è riuscito.

Perché chiunque – per quanto vestito di titoli e ruoli – non mette la vita al primo posto, finisce col confonderla con i suoi surrogati: ricchezza, fama, popolarità, forza. Ma questi sono tutti beni effimeri. E chi li insegue come fine ultimo è destinato a una strada sterile, dove prima o poi perderà tutto.

Ecco perché «i primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi».
  Quando, invece, si riesce a non avere idoli personali, a non puntare a obiettivi che disumanizzano, la vita può scorrere in modo più naturale.
  Si può vivere di un benessere sobrio, non ipertrofico, non superfluo: un benessere autentico, favorevole alla vita. È questo il pane quotidiano cui Cristo ci esorta a puntare.

La tentazione del giovane ricco è in ognuno di noi, ogni volta che dimentichiamo questa misura e proviamo a trovare la vita in cose superflue, effimere, non necessarie.

Se vogliamo davvero “acquistare la vita”, dobbiamo, con tutte le nostre forze, rifiutare il sovrumano, inteso come ciò che è superfluo all’umano, e ritrovare un equilibrio personale, umano e spirituale che ci consenta di non cadere nella trappola del “troppo”.

Il sovrabbondante stordisce.
  Il sovrabbondante inorgoglisce e desensibilizza.
  Il sovrabbondante ci fa credere invulnerabili alla vita, autosufficienti, capaci di vivere al di sopra della comunità, degli affetti e delle cose che contano davvero.

Ma ciò che ha valore non viene da fuori.
  È dentro di noi.
  Dipende dalla nostra capacità di ampliare ciò che abita nel cuore, di ascoltare – nel silenzio – la voce del Padre.

Certo, è un compito che dura una vita. Le pietre d’inciampo sono molte. Ma bisogna pur tentare. Altrimenti, la strada sterile sarà l’unico approdo.

Perché l’uomo non vive di solo pane, ma delle aspirazioni più nobili e alte dell’animo umano.